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Fisico nucleare? - 2

Fiscico nucleare? parte prima

Parte seconda: Flash back

Appoggiando la cornetta ho chiuso la telefonata mentre la lontana amicizia con Piero proiettava ologrammi nella tremula nebbia del tempo. Premo il pulsante di scansione della memoria. Una coclea immateriale muove il flusso di ricordi, tracce coperte dalla polvere del tempo, orme sul ghiaccio dell’esistenza nascoste dai giorni caduti negli anni.

L’ironia della mie parole al telefono, un po’ incattivita da un’insoddisfazione professionale, sfuma tra le immagini mute.

Ecco Piero. Biondo, vivace, arguto ed intraprendente. Sorride. Di carnagione rossiccia, indossa un maglioncino verde. Ecco i nostri undici anni. Dodici, tredici ... Prima media, stessa classe. Piero ha già una piccola esperienza di ribelle. Respinto da un collegio, dove si “forgiano le coscienze”. Lo ha senz'altro voluto lui per riavere la libertà dei campi e dei boschi della nostra valle del Po..

Ecco i giochi che ci univano: biliardo da Fumin, tennis, cerbottane, giro d’Italia con i tappi delle bibite, gnagnul.

Ecco le nostre biciclette con il manubrio sportivo. La sua Legnano gialla, trentamila lire lire, con cambio Campagnolo a quattro velocità; e la mia più modesta Clodia venticinquemila, cambio Simplex a tre velocità, con molla nera di facile rottura. Una sottomarca di non so quale marca. Comprata da...., ecco non mi viene il nome del meccanico e non ho più intorno a chi chiederlo. Non era Sergio Caciola, ma l'altro quello con l'officina di fronte alla punta di terra del nonno, che il comune gli ha espropriato per pochi spiccioli per non farci nulla. Quello che ferrava anche i cavalli, prima c'era il vecchietto e poi il figlio. Quest'ultimo ( Gino..?) lo ricordo con il camice celeste. Avevamo acquistato li' , oltre alla cucina economica, tutti i nostri mezzi di locomozione. Il torpado n.18, una gran biciclettina blu con cui feci quasi tutte le elementari e visitai ogni angolo del paese. Poi la successiva, numero 22, rossa, con il manubrio fatto così bene che si spezzò e si dovette risaldare. La saldatura deturpava il manubrio tanto che quella biciclettina in genere la dimentico, e non ne ricordo più la sotto marca. Poi venne la Clodia n. 28, bicicletta da uomo. Purtroppo la sella doveva restare rasente alla canna. Non ero ancora abbastanza grande ai tempi delle medie. E le cose non sarebbero molto migliorate. I geni della statura bassa di mio nonno, trasmessi da mamma ed uniti a quelli di papà, hanno nettamente prevalso su quelli di nonna tendenzialmente più alta.

Ecco il giradischi verde chiaro comprato insieme io, lui e gli altri quattro di un gruppo che non ho più dimenticato: Alfio, Fausto, Andrea e Paolo.

Ecco, risento le canzoni di Celentano mentre giochiamo a ping-pong sullo sterrato antistante l’abitazione di Fausto. “Il tuo bacio è come un rock”

e “Ora sei rimasta sola, piangi e non ricordi nulla, scende una lacrima sul tuo bel viso, lentamente, lentamente”

e di Mina “brrrlll le mille bolle blu, “brrrlll le mille bolle blu..”

Ed i twist di Peppino di Capri,"Let's twist again"

prima, Saint Tropez

dopo suonati anche alle due del pomeriggio delle calde estati nel rustico del suo appartamento.

Ecco le prime ragazze di Piero: lui non aveva paura, non era timido, sapeva esporsi, sapeva sorridere, scherzare, ammiccare, alludere, conquistare. Io allora sapevo solo immaginare. Amici, un’amicizia forte e complice la cui fine era inconcepibile, perché niente sembrava potesse cambiare. Il mondo e le persone che mi circondavano, le relazioni, erano assolute. Anni lunghi, estati lunghe, avventure intense.

Ecco le giostre…Le canzoni di Neil Sedaka “I capricci tuoi”

e Nico Fidenco “Ti voglio cullare, cullare, posandoti sull’onda del mare, legata ad un granello di sabbia...”

mentre sulla macchinina dell’autoscontro rincorriamo le amiche di scuola e le nostre prime fantasie.

Ecco però la nostra adolescenza divisa per il mio trasferimento a Lendinara. Le Scuole Superiori: io al Classico lui Alfio ed Andrea all’Itis. Fausto alla Scuola d’arte. Paolo il più bravo di noi in tutti i giochi iniziava invece la ricerca del lavoro.

L’immodificabile si modificò e noi, piccole schegge della lenta esplosione controllata dal tempo, ci disperdemmo.

Nei fine settimana tornavo al mio paese sul Po e cercavo i miei amici. Le prime volte l’eco vicina dei nostri anni densi di immaginazione ci rimetteva di nuovo insieme tutti. Poi qualcuno si allontanava per le nuove amicizie ed i nuovi interessi.

Il mio gruppo si sciolse lentamente ed io sentivo la mia solitudine aumentare.

Il legame con Piero durò però tutti i cinque anni del Liceo. Ad ogni mio ritorno al Paese, quanti discorsi con Piero prima di andare a dormire! Quanti temi da affrontare, sociali e personali sulla strada deserta delle notti. Ci sembrava tempo inutilizzato quello del dormire. I discorsi non erano mai conclusi. Sì, desideravamo crescere, ma avremmo voluto che il nostro mondo restasse intatto.

Intanto la vita cominciava a colpirci: prima la scomparsa di mio papà, che più di me sentì lo strappo dal paese nonostante un tradimento che gli aveva deturpato gli ideali; poi se ne andò in silenzio la mamma di Piero.

Il tempo con ambigua lentezza ha eroso ogni legame, ha vaporizzato e disperso ciò che sembrava solido, immodificabile.

Quel gruppo non esiste più, e non solo quello, e non c’è neppure il desiderio di ripristinarlo almeno per un giorno per ricordare insieme, sostituito com’è da una indecifrabile paura.

Libro

il racconto è inserito anche in questo libro cartaceo

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Commenti e note

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di ,

Grazie Attilio. I tuoi commenti non solo mi fanno piacere a prescindere, ma colgono sempre quello che cercavo di comunicare. La melanconia è in effetti una costante della mia vita da sempre, anche se non mi impedisce di avere intensi momenti di felicità. Non sono originale, lo so, ma sono sempre lì a chiedermi che senso ha la nostra vita, perché dentro ci sono cose così belle e perché devono finire. Mi piacerebbe essere credente, ma non riesco a non pensare che credere sarebbe solo la favola che vorrei raccontarmi.

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di ,

Sarà che in questa melanconia mi ci rispecchio appieno anch'io e per questo mi permetto di chiamarla in questo modo, ma è l'ennesimo tuo racconto che mi lascia con quel senso di "de ja vu" e con quel velo di assuefazione a come le cose sono andate... vanno... e andranno... a prescindere dalla nostra volontà e di nostri desideri presenti.

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